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Rifiuto delle cure ed autodeterminazione

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Post by Ninus on Thu 10 Jul 2008, 17:42

In questi giorni nel nostro paese è accaduta una cosa d'importanza storica. La Corte di appello di Milano ha accolto il ricorso del padre di Eluana Englaro sulla base della sentenza (a mio avviso storica per l'Italia) della prima sezione civile della Corte di Cassazione n. 21748/2007 (che ha cassato il decreto precedente con rinvio a sezione diversa della Corte d'Appello di MIlano).

Il padre, tutore, aveva chiesto un "decreto" che ordinasse ai medici di staccare il sondino nasogastrico che tiene in vita da più di 16 anni di coma irreversibile la ragazza vittima di un incidente all'età di 20 anni.

La Corte d'appello aveva rigettato il ricorso poichè:

a) non essendo clinicamente morta (per legge questa avviene con la "cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo) si tratterebbe di eutanasia passiva

b) le dichiarazioni fatte dalla stessa ragazza, durante un incidente accaduto a suoi amici, di preferire morire sul colpo (come accaduto ad uno di loro) rispetto all'essere mantenuta in vita in coma (come accaduto ad un altro) erano da considerarsi come:

generiche, rese a terzi con riferimento a fatti accaduti ad altre persone, in un momento di forte emotività, quando E. era molto giovane, si trovava in uno stato di benessere fisico e non nella attualità della malattia, era priva di maturità certa rispetto alle tematiche della vita e della morte e non poteva neppure immaginare la situazione in cui ora versa. Non potrebbe dunque attribuirsi alle dichiarazioni di E. il valore di una personale, consapevole ed attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa

c) il bilanciamento tra il diritto all'autodeterminazione e quello alla vita

non può che risolversi a favore del diritto alla vita, ove si osservi la collocazione sistematica (art. 2 Cost.) dello stesso, privilegiata rispetto agli altri (contemplati dagli artt. 13 e 32 Cost.), all'interno della Carta costituzionale

La Cassazione invece ha accolto il ricorso contro questo decreto poichè:



1) Secondo il codice di deontologia medica (art. 14), il medico deve astenersi dall'ostinazione in trattamenti da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità della vita. In questo si rispecchiano l'idea di non accanirsi in trattamenti “futili”, presente nell'esperienza anglosassone, o le prescrizioni della riforma del Codice della salute francese introdotte dalla legge 2005-370 del 22 aprile 2005, sulla sospensione e la non erogazione, a titolo di “ostinazione irragionevole”, di trattamenti “inutili, sproporzionati o non aventi altro effetto che il solo mantenimento artificiale della vita”.

2) Si sostiene che, quando il trattamento è inutile, futile e non serve alla salute, sicuramente esso esula da ogni più ampio concetto di cura e di pratica della medicina, ed il medico, come professionista, non può praticarlo, se non invadendo ingiustificatamente la sfera personale del paziente.


Questi primi due punti sono tratti dalla domanda del ricorrente e sono presenti tra i motivi della decisione, in sostanza accolti. Dopodichè nei prossimi la Suprema Corte spiega perchè secondo il collegio stesso il ricorso dev'essere accolto.



6) Occorre premettere che il consenso informato costituisce, di norma, legittimazione e fondamento del trattamento sanitario: senza il consenso informato l'intervento del medico è sicuramente illecito, anche quando è nell'interesse del paziente; ha un sicuro fondamento nelle norme della Costituzione: nell'art. 2, che tutela e promuove i diritti fondamentali della persona umana, della sua identità e dignità; nell'art. 13, che proclama l'inviolabilità della libertà personale, nella quale “è postulata la sfera di esplicazione del potere della persona di disporre del proprio corpo” (Corte cost., sentenza n. 471 del 1990); e nell'art. 32, che tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo, oltre che come interesse della collettività, e prevede la possibilità di trattamenti sanitari obbligatori, ma li assoggetta ad una riserva di legge, qualificata dal necessario rispetto della persona umana e ulteriormente specificata con l'esigenza che si prevedano ad opera del legislatore tutte le cautele preventive possibili, atte ad evitare il rischio di complicanze.

[Dopodichè dice che questo principio c'è anche in leggi ordinarie come quella istitutiva del SSN, ed internazionali come le Convenzioni di Oviedo e Nizza]

Ne discende che non è attribuibile al medico un generale 'diritto di curare', a fronte del quale non avrebbe alcun rilievo la volontà dell'ammalato che si troverebbe in una posizione di 'soggezione' su cui il medico potrebbe ad libitum intervenire, con il solo limite della propria coscienza; appare, invece, aderente ai principi dell'ordinamento riconoscere al medico la facoltà o la potestà di curare, situazioni soggettive, queste, derivanti dall'abilitazione all'esercizio della professione sanitaria, le quali, tuttavia, per potersi estrinsecare abbisognano, di regola, del consenso della persona che al trattamento sanitario deve sottoporsi”.

6.1) Il consenso informato ha come correlato la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale. Ciò è conforme al principio personalistico che anima la nostra Costituzione, la quale vede nella persona umana un valore etico in sé, vieta ogni strumentalizzazione della medesima per alcun fine eteronomo ed assorbente, concepisce l'intervento solidaristico e sociale in funzione della persona e del suo sviluppo e non viceversa, e guarda al limite del «rispetto della persona umana» in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi momento della sua vita e nell'integralità della sua persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive.

Deve escludersi che il diritto alla autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché da esso consegua il sacrificio del bene della vita. Benché sia stato talora prospettato un obbligo per l'individuo di attivarsi a vantaggio della propria salute o un divieto di rifiutare trattamenti o di omettere comportamenti ritenuti
vantaggiosi o addirittura necessari per il mantenimento o il ristabilimento di essa, il Collegio ritiene che la salute dell'individuo non possa essere oggetto di imposizione autoritativo - coattiva.

Lo si ricava dallo stesso testo dell'art. 32 della Costituzione, per il quale i trattamenti sanitari sono obbligatori nei soli casi espressamente previsti dalla legge, sempre che il provvedimento che li impone sia volto ad impedire che la salute del singolo possa arrecare danno alla salute degli altri e che l'intervento previsto non danneggi, ma sia anzi utile alla salute di chi vi è sottoposto (Corte cost., sentenze n. 258 del 1994 e n. 118 del 1996). Soltanto in questi limiti è costituzionalmente corretto ammettere limitazioni al diritto del singolo alla salute, il quale, come tutti i diritti di libertà, implica la tutela del suo risvolto negativo: il diritto di perdere la salute, di ammalarsi, di non curarsi, di vivere le fasi finali della propria esistenza secondo canoni di dignità umana propri dell'interessato, finanche di lasciarsi morire.

Il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, non può essere scambiato per un'ipotesi di eutanasia, ossia per un comportamento che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, esprimendo piuttosto tale rifiuto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale. E d'altra parte occorre ribadire che la responsabilità del medico per omessa cura sussiste in quanto esista per il medesimo l'obbligo giuridico di praticare o continuare la terapia e cessa quando tale obbligo viene meno e l'obbligo, fondandosi sul consenso del malato, cessa - insorgendo il dovere giuridico del medico di rispettare la volontà del paziente contraria alle cure - quando il consenso viene meno in seguito al rifiuto delle terapie da parte di costui. Tale orientamento, prevalente negli indirizzi della dottrina, anche costituzionalistica, è già presente nella giurisprudenza di questa Corte. La sentenza della I Sezione penale 29 maggio 2002-11 luglio 2002 afferma che, “in presenza di una determinazione autentica e genuina” dell'interessato nel senso del rifiuto della cura, il medico “non può che fermarsi, ancorché l'omissione dell'intervento terapeutico possa cagionare il pericolo di un aggravamento dello stato di salute dell'infermo e, persino, la sua morte”.

7.1) In caso di incapacità del paziente, la doverosità medica trova il proprio fondamento legittimante nei principi costituzionali di ispirazione solidaristica, che consentono ed impongono l'effettuazione di quegli interventi urgenti che risultino nel miglior interesse terapeutico del paziente. E tuttavia, anche in siffatte evenienze, superata l'urgenza dell'intervento derivante dallo stato di necessità, l'istanza personalistica alla base del principio del consenso informato ed il principio di parità di trattamento tra gli individui, a prescindere dal loro stato di capacità, impongono di ricreare il dualismo dei soggetti nel processo di elaborazione della decisione medica: tra medico che deve informare in ordine alla diagnosi e alle possibilità terapeutiche, e paziente che, attraverso il legale rappresentante, possa accettare o rifiutare i trattamenti prospettati. Centrale, in questa direzione, è la disposizione dell'art. 357 cod. civ., la quale - letta in connessione con l'art. 424 cod. civ. -, prevede che «Il tutore ha la cura della persona» dell'interdetto, così investendo il tutore della legittima posizione di soggetto interlocutore dei medici nel decidere sui trattamenti sanitari da praticare in favore dell'incapace.

A conferma di tale lettura delle norme del codice può richiamarsi la sentenza 18 dicembre 1989, n. 5652, di questa Sezione, con la quale si è statuito che, in tema di interdizione, l'incapacità di provvedere ai propri interessi, di cui all'art. 414 cod. civ., va riguardata anche sotto il profilo della protezione degli interessi non patrimoniali, potendosi avere ipotesi di assoluta necessità di sostituzione della volontà del soggetto con quella della persona nominata tutore pure in assenza di patrimoni da proteggere.

7.3) Assodato che i doveri di cura della persona in capo al tutore si sostanziano nel prestare il consenso informato al trattamento medico avente come destinatario la persona in stato di incapacità, si tratta di stabilire i limiti dell'intervento del rappresentante legale.


Ad avviso del Collegio, il carattere personalissimo del diritto alla salute dell'incapace comporta che il riferimento all'istituto della rappresentanza legale non trasferisce sul tutore, il
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Post by Ninus on Thu 10 Jul 2008, 17:44

quale è investito di una funzione di diritto privato, un potere incondizionato di disporre della salute della persona in stato di totale e permanente incoscienza. Nel consentire al trattamento medico o nel dissentire dalla prosecuzione dello stesso sulla persona dell'incapace, la rappresentanza del tutore è sottoposta a un duplice ordine di vincoli: egli deve, innanzitutto, agire nell'esclusivo interesse dell'incapace; e, nella ricerca del best interest, deve decidere non “al posto” dell'incapace né “per” l'incapace, ma “con” l'incapace: quindi, ricostruendo la presunta volontà del paziente incosciente, già adulto prima di cadere in tale stato, tenendo conto dei desideri da lui espressi prima della perdita della coscienza, ovvero inferendo quella volontà dalla sua personalità, dal suo stile di vita, dalle sue inclinazioni, dai suoi valori di riferimento e dalle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche. L'uno e l'altro vincolo al potere rappresentativo del tutore hanno, come si è visto, un preciso referente normativo: il primo nell'art. 6 della Convenzione di Oviedo, che impone di correlare al «bénéfice direct» dell'interessato la scelta terapeutica effettuata dal rappresentante; l'altro nell'art. 5 del d.lgs. n. 211 del 2003, ai cui sensi il consenso del rappresentante legale alla sperimentazione clinica deve corrispondere alla presunta volontà dell'adulto incapace. Non v'è dubbio che la scelta del tutore deve essere a garanzia del soggetto incapace, e quindi rivolta, oggettivamente, a preservarne e a tutelarne la vita. Ma, al contempo, il tutore non può nemmeno trascurare l'idea di dignità della persona dallo stesso rappresentato manifestata, prima di cadere in stato di incapacità, dinanzi ai problemi della vita e della morte.

Ma - accanto a chi ritiene che sia nel proprio miglior interesse essere tenuto in vita artificialmente il più a lungo possibile, anche privo di coscienza - c'è chi, legando indissolubilmente la propria dignità alla vita di esperienza e questa alla coscienza, ritiene che sia assolutamente contrario ai propri convincimenti sopravvivere indefinitamente in una condizione di vita priva della percezione del mondo esterno. Uno Stato, come il nostro, organizzato, per fondamentali scelte vergate nella Carta costituzionale, sul pluralismo dei valori, e che mette al centro del rapporto tra paziente e medico il principio di autodeterminazione e la libertà di scelta, non può che rispettare anche quest'ultima scelta.

Per altro verso, la ricerca della presunta volontà della persona in stato di incoscienza - ricostruita, alla stregua di chiari, univoci e convincenti elementi di prova, non solo alla luce dei precedenti desideri e dichiarazioni dell'interessato, ma anche sulla base dello stile e del carattere della sua vita, del suo senso dell'integrità e dei suoi interessi critici e di esperienza - assicura che la scelta in questione non sia espressione del giudizio sulla qualità della vita proprio del rappresentante, ancorché appartenente alla stessa cerchia familiare del rappresentato, e che non sia in alcun modo condizionata dalla particolare gravosità della situazione, ma sia rivolta, esclusivamente, a dare sostanza e coerenza all'identità complessiva del paziente e al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l'idea stessa di dignità della persona.


Chiarita la ratio della decisione, la Suprema Corte chiarisce quali siano i poteri del giudice ed i limiti in cui questa soluzione è possibile.



8) Diversamente da quanto mostrano di ritenere i ricorrenti, al giudice non può essere richiesto di ordinare il distacco del sondino nasogastrico: una pretesa di tal fatta non è configurabile di fronte ad un trattamento sanitario, come quello di specie, che, in sé, non costituisce oggettivamente una forma di accanimento terapeutico, e che rappresenta, piuttosto, un presidio proporzionato rivolto al mantenimento del soffio vitale, salvo che, nell'imminenza della morte, l'organismo non sia più in grado di assimilare le sostanze fornite o che sopraggiunga uno stato di intolleranza, clinicamente rilevabile, collegato alla particolare forma di alimentazione. Piuttosto, l'intervento del giudice esprime una forma di controllo della legittimità della scelta nell'interesse dell'incapace; e, all'esito di un giudizio effettuato secondo la logica orizzontale compositiva della ragionevolezza, la quale postula un ineliminabile riferimento alle circostanze del caso concreto, si estrinseca nell'autorizzare o meno la scelta compiuta dal tutore.

Sulla base delle considerazioni che precedono, la decisione del giudice, dato il coinvolgimento nella vicenda del diritto alla vita come bene supremo, può essere nel senso dell'autorizzazione soltanto (a) quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre che la persona abbia la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno; e (b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, concordanti e convincenti, della voce del rappresentato, tratta dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l'idea stessa di dignità della persona. Allorché l'una o l'altra condizione manchi, il giudice deve negare l'autorizzazione, dovendo allora essere data incondizionata prevalenza al diritto alla vita, indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di capacità di intendere e di volere del soggetto interessato, dalla percezione, che altri possano avere, della qualità della vita stessa, nonché dalla mera logica utilitaristica dei costi e dei benefici.


Detto questo ordina alla Corte d'Appello di



10) Assorbito l'esame della questione di legittimità costituzionale, i ricorsi sono accolti, nei sensi di cui in motivazione e nei limiti in essa indicati. Ne segue la cassazione del decreto impugnato e il rinvio della causa ad una diversa Sezione della Corte d'appello di Milano. Detta Corte deciderà adeguandosi al seguente principio di diritto: «Ove il malato giaccia da moltissimi anni (nella specie, oltre quindici) in stato vegetativo permanente, con conseguente radicale incapacità di rapportarsi al mondo esterno, e sia tenuto artificialmente in vita mediante un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione ed idratazione, su richiesta del tutore che lo rappresenta, e nel contraddittorio con il curatore speciale, il giudice può autorizzare la disattivazione di tale presidio sanitario (fatta salva l'applicazione delle misure suggerite dalla scienza e dalla pratica medica nell'interesse del paziente), unicamente in presenza dei seguenti presupposti: (a) quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno; e (b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l'idea stessa di dignità della persona. Ove l'uno o l'altro presupposto non sussista, il giudice deve negare l'autorizzazione, dovendo allora essere data incondizionata prevalenza al diritto alla vita, indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di capacità di intendere e di volere del soggetto interessato e dalla percezione, che altri possano avere, della qualità della vita stessa».


Qualche giorno fa la Corte d'Appello di Milano, avendo rilevato sia lo stato vegetativo permanente sia le prove sulla volontà del paziente, ha accolto il ricorso e dato l'autorizzazione.


Sostanzialmente la Cassazione si discosta dall'impianto "oggettivista" del significato di "dignità della vita" (anche se ne da uno minimo, cioè il recupero della coscienza ed il ritorno alla percezione del mondo esterno) accogliendo sostanzialmente (sempre sopra quel minimo oggettivo, a differenza della cultura anglosassone) la "soggettività" del concetto di dignità umana, facendo fare un passo in avanti al diritto di autodeterminazione della persona umana sul proprio corpo e sulla propria mente.

Inoltre ricorda che trattasi non di eutanasia (cioè di accelerare la morte di una persona che non volendo soffrire vuole morire prima, attraverso un intervento "attivo") ma di rifiuto di cure mediche.


Attendiamo ora la marcia di protesta della Chiesa cattolica.

Già Monsignor Fisichella in una pagina del Corriere dice che si tratta di "eutanasia", dando per l'ennesima volta prova della scarsa conoscenza della lingua italiana. Si capisce il perchè vogliano tornare al latino.

Wink
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Post by Ninus on Thu 10 Jul 2008, 18:04

Ecco le inesattezze del Monsignor Fisichella.

Allo stesso tempo Fisichella reagisce con «profondo stupore» e con «tristezza» alla notizia e si chiede «come sia possibile che il giudice si sostituisca in una decisione come questa alla persona coinvolta».

Non è il giudice che si "sostituisce", nè il repprresentante-tutore.

C'è scritto ben chiaro che ci vogliono prove concrete circa la volontà del paziente.

«una persona» — ricorda a tutti — che «è ancora in vita: il coma è una forma di vita e nessuno può permettersi di porre fine a una vita personale»

Questa possibilità (non obbligo, ma facoltà) vi è solo quando c'è la certezza medica che non vi sia ritorno ad una coscienza ed il ritorno alla percezione del mondo esterno.
Va bene che è vita fin quando non c'è la "cessazione irreversibile di TUTTE le funzioni dell'encefalo", ma questa è comunque una definizione scelta dal legislatore.

Soprattutto, per Fisichella non ci si può appellare a una presunta volontà di morire espressa dalla ragazza quando era ancora in salute. «È questo — spiega con forza — un argomento strumentale, perché nessuno può presentare testimonianze in proposito». In ogni caso anche «qualora ciò fosse stato detto, questo non giustifica la decisione di togliere il nutrimento: tante volte in un momento di crisi ci si lascia andare a frasi di sconforto, ma non per questo un giudice può autorizzare un'azione di morte». «Le intenzioni — conclude — si modificano nel corso del tempo e della vita, e c'è sempre la possibilità di un ripensamento».

Il ripensamento può esserci solo quando si è coscienti non quando si è in coma.
Qui si tratta di stabilire se, durante un coma irreversibile (sottolineo irreversibile) bisogna seguire la volontà espressa dal paziente o la volontà del Monsignor Fisichella, che se ne sta seduto in un bel bar del Vaticano.
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Post by Ninus on Fri 11 Jul 2008, 10:44

Come la pensano i lettori del Corriere e di Repubblica sul caso?

Non pensavo che vi fossero così tanti lettori liberali, soprattutto per quanto riguarda il Corriere.
Ovviamente si tratta però di soli 3 mila voti sul Corriere e 15 mila circa su Repubblica.
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Post by Ninus on Thu 17 Jul 2008, 15:22

Per la serie che non sanno più cosa fare, si legge oggi su Repubblica che:

Giunta per il Regolamento ha accolto la proposta avanzata dal presidente del Senato, Renato Schifani, di deferire alla commissione Affari Costituzionali la questione di un'eventuale conflitto di attribuzione da sollevare davanti alla Consulta tra il Senato e la Corte di cassazione in merito alla vicenda di Eluana Englaro. La decisione definitiva spetterà all'aula di Palazzo Madama.

Anche se l'aula di Palazzo Madama (il centrodestra) deciderà di fare ricorso alla Corte Costituzionale, il quotidiano di Scalfari non dà le informazioni minime che consentono al lettore di farsi un'idea sulla situazione.

L'art. 12 secondo comma delle preleggi parla chiaro:

Se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe; se il caso rimane ancora dubbio, si decide secondo i principi generali dell'ordinamento giuridico.

E' quello che ha fatto la Cassazione: art. 2, 13, 32 della Costituzione, Codice civile, legge istitutiva del SSN, Conv. Oviedo (solo interpretativa), codice deontologico dell'ordine dei medici (solo interpretativa).

Naturalmente ciò non è possibile per le leggi penali (art. 14 preleggi e art. 25 secondo comma Costituzione) per il principio "Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso".

In questo caso perchè, si tratta appunto di punizione, di pena, quindi di limitazione della libertà personale.

Di tutto ciò nessuna parola. L'informazione ha le sue colpe.

Probabilmente il ricorso sarà dichiarato infondato nel merito. La solita pagliacciata per gettare fumo negli occhi.
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Post by Ninus on Fri 01 Aug 2008, 10:02

Ieri la Camera dei deputati ha approvato (voti favorevoli Pdl, Lega e Udc, contrari Idv, non partecipa ai lavori il Pd) la mozione per sollevare il conflitto di attribuzioni contro la Corte di Cassazione innanzi alla Corte Costituzionale. Dovràessere discussa entro venerdì al Senato.

Nella discussione alla Commissione Affari Costituzionali del Senato del 23 luglio 2 senatori del Pd ricordano l'infondatezza di tale decisione richiamando l'art. 12 delle preleggi:

Il senatore CECCANTI (PD)

Osserva quindi che l'assenza di una specifica disciplina circa le scelte sulla fine della vita autorizzi il giudice che, in forza del divieto di non liquet, è tenuto comunque a decidere, ad accedere all’interpretazione che ritenga più opportuna, sia pure nel rispetto dei criteri ermeneutici di cui all'articolo 12 delle disposizioni preliminari del codice civile. Il Parlamento, per limitare tale possibilità, ben potrebbe eventualmente disciplinare con legge la materia in esame.

Il senatore MARITATI (PD)

Ricorda oltretutto che, proprio alla luce di quei princìpi, il giudice, chiamato ad applicare la legge al caso concreto, è obbligato a decidere, anche in assenza di una espressa previsione di legge, utilizzando quei criteri interpretativi che, per quanto riguarda l'ordinamento italiano, sono codificati dall'articolo 12 delle disposizioni preliminari al codice civile.

Uno scontro istituzionale che si potrebbe facilmente evitare, vista la chiarezza della legge che in questo caso dà la competenza a qualsiasi giudice (non solo alla Cassazione) di applicare analogicamente leggi che regolano materie simili o con il ricorso ai principi generali dell'ordinamento giuridico.

Ma, come si sa, gli equilibri istituzionali ed il rispetto delle competenze non sono nel carattere dei governi Berlusconi.
Insomma, sono dei maleducati della democrazia.
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Post by Ninus on Sun 03 Aug 2008, 12:16

Oggi della questione si occupa anche l'editoriale domenicale di Eugenio Scalfari su Repubblica.

La parte più interessante (e innovativa) dell'articolo sta, a mio avviso, in queste righe.

QUANDO Emanuele Severino e Umberto Galimberti segnalarono l'irruzione della tecnica nel mondo dell'etica sembrò ai più che la questione avesse un contenuto esclusivamente filosofico e quindi astratto e di scarsa importanza pratica.

I due eventi che dominano la nostra intera vita, l'alfa e l'omega delle nostre esistenze individuali, erano fino a poco fa al di fuori del nostro controllo. Ma ora non è più così poiché la tecnica se ne è impadronita: ha creato strumenti che consentono di determinare la nascita non solo secondo natura ma anche in laboratorio ed ha prolungato la vita anche oltre i limiti posti dalla natura.

Le religioni - e quella cattolica in particolare - hanno assunto un atteggiamento dogmatico e ideologico sul tema della vita, trasformandolo in una vera e propria ideologia. Per quanto riguarda la nascita la Chiesa ha rigorosamente vietato la contraccezione respingendo ogni strumento tecnico che potesse limitare le nascite; sul tema della morte al contrario la Chiesa difende il ricorso agli strumenti che la tecnica è in grado di fornire per prolungare artificialmente una pseudo-vita al di là dei limiti segnati dalla natura.

Questo duplice e contraddittorio atteggiamento che vieta la tecnica limitatrice di nascite non volute e invoca invece la tecnica capace di mantenere una vita artificiale, ha ideologizzato la discussione facendo irruzione nella politica, nei governi, nei parlamenti. Si è arrivati al punto di far votare dagli elettori e dai loro rappresentanti parlamentari questioni di estrema privatezza, con tutte le torsioni politiche ed etiche che queste intrusioni comportano nelle coscienze e nella libertà individuale. La privatezza della morte è diventata argomento pubblico non solo come indirizzo generale ma perfino nei casi specifici di questo e di quello. Di conseguenza, mettendo in discussione alcuni diritti fondamentali degli individui, anche la magistratura è stata chiamata in campo.

La vita e la morte sono argomenti non decidibili o almeno così dovrebbe essere. Esperienze che segnano il carattere e la coscienza di ciascuno. Il nostro destino. La nostra dignità. La nostra libertà.

Scendere da questo livello e discutere se abbia giudicato correttamente un Tribunale, una Procura, una Corte di cassazione; se una legge debba colmare il vuoto di legislazione e in che modo la sua precettistica debba essere formulata: tutto ciò immiserisce una questione che dovrebbe essere affidata alla volontà responsabile della persona interessata o ai suoi legali rappresentanti se l'interessato non è in condizione di intendere, di esprimersi, di volere.

Sentenza ineccepibile: in assenza di norme e in presenza di diritti costituzionalmente garantiti la Corte giudica in base ai principi dell'ordinamento giudiziario che riconosce il dovere del giudice di tutelare i diritti dei cittadini.

Nessuno nega che spetti al potere legislativo legiferare e non certo alla magistratura, ma qui siamo in una situazione in cui il potere legislativo non ha legiferato provocando un vuoto nel quale solo alla magistratura incombe il dovere di tutelare diritti riconosciuti in Costituzione.
Non esiste dunque conflitto tra i due poteri. Quello giudiziario è intervenuto in difesa d'un diritto in mancanza di legislazione.

Infine

Duole tuttavia registrare che una parte di parlamentari democratici e cattolici ha presentato un disegno di legge sul testamento biologico difforme in alcune parti sostanziali da un altro analogo documento di legge presentato dallo stesso Partito democratico.

È evidente che queste differenze dovranno essere sanate prima dell'inizio del dibattito parlamentare. Il Pd su un argomento di questa importanza non può che avere una sola voce, ispirata alla laicità dello Stato oltreché alla tutela dei diritti del malato.

Ci sono molti problemi davanti al Pd che dovranno esser chiariti entro il prossimo autunno, ma sarebbe grave se questo tema non fosse considerato tra quelli prioritari. Dall'incontro tra laici e cattolici democratici è nato il Pd. La laicità è stato fin dall'inizio considerato il valore fondante. Questa è la prima prova concreta per saggiare la validità dell'incontro tra quelle due culture. Se la prova fallisse le conseguenze metterebbero in discussione l'esistenza stessa del partito.
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Post by Ninus on Tue 05 Aug 2008, 09:57

Su Repubblica del 3 agosto si legge:

Da quella scelta parte l'attacco di Pannella: "Ora sarebbe vivissimo se si fossero usati contro di lui solo un decimo delle 'cure' che vengono imposte dai potenti, che impongono a tutti torture indicibili e inedite con l'uso diabolico delle scoperte scientifiche, ai genitori e alla civiltà costituzionale italiana e internazionale avendo preso in ostaggio il corpo di Eluana" afferma Pannella. Che, polemizzando, pone un interrogativo: "Wojtyla venne ascoltato, perché Eluana no?".

Domandiamolo a Fisichella...
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Post by Già on Tue 05 Aug 2008, 15:41

Io in questo caso do ragione a Pannella...su Woytila ha perfettamente ragione!
G.

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Post by Ninus on Tue 05 Aug 2008, 17:34

Che poi questi politici non capiscono un bel nulla.

Se vogliono togliersi Pannella dai piedi meglio che facciano questa legge sul testamento biologico, quella sulla depenalizzazione di possesso per uso personale di cannabis e derivati (ad esempio con una semplice multa) e quella sulla fecondazione assistita.

Ma certo che questi democristiani non capiscono proprio nulla.
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Rifiuto delle cure ed autodeterminazione Empty La Corte Costituzionale ritiene inammissibile il ricorso

Post by Ninus on Thu 09 Oct 2008, 17:16

Ieri giovedì 8 Ottobre 2008, la Corte Costituzionale con l'ordinanza numero 334 dichiara inammissibile il ricorso del Parlamento (votato da Pdl, Lega e Udc, con astensione del Pd e voto contrario dell'Italia dei Valori) nei confronti della sentenza della Cassazione 21748/2007.

La motivazione è semplice.

- l'ammissibilità della proposizione del conflitto di attribuzioni sussiste soltanto se la decisione non è riconducibile alla funzione giurisdizionale o superi il limite che essa incontra nell'ordinamento a garanzia di altre attribuzioni costituzionali...la Corte non rileva indici atti a dimostrare che i giudici abbiano utilizzato i provvedimenti censurati come meri schermi per esercitare funzioni di produzione normativa o per menomare l'esercizio del potere legislativo...[avendo l'atto] tutte le caratteristiche di atti giurisdizionali e pertanto spieganti efficacia solo per il caso di specie...il Parlamento può in qualsiasi momento adottare una specifica normativa della materia

- un conflitto d'attribuzione non può ridursi alla prospettazione di un percorso logico-giuridico alternativo rispetto a quello censurato, giacchè il conflitto di attribuzione << non può essere trasformato in un atipico mezzo di gravame avverso le pronunce dei giudici >>...i ricorrenti (Camera e Senato) pur escludendo di voler sindacare errores in iudicando, in realtà avanzano molteplici critiche al modo in cui la Cassazione ha selezionato ed utilizzato il materiale normativo rilevante per la decisione o a come lo ha interpretato


quindi

- non sussiste il requisito oggettivo per l'instaurazione dei conflitti sollevati

e PQM

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i ricorsi, dichiara inammissibili...i ricorsi per conflitto di attribuzione sollevati dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica nei confronti della Corte di cassazione e della Corte di appello di Milano, di cui in epigrafe.

Infatti il ricorso della maggioranza con Pd astenuto era una sorta di appello, in quanto attaccava nel merito le decisioni della Corte di cassazione, infatti la sentenza è fatta ricorrendo ai principi, è valida per il singolo caso (anche se la giurisprudenza ha effetti anche sulle previsioni e le aspettative dei cittadini circa le decisioni che verranno assunte dai giudici, un indirizzo) e non pregiudica nessun potere del Parlamento che può sempre e comunque legiferare, come non fa da dieci anni in questa materia e come continua a non fare tutt'ora.

Si legge nel ricorso che "l'Autorità giudiziaria non avrebbe potuto pronunciare ai sensi dell'art. 12 delle disposizioni sulla legge in generale, poichè, al contrario, gli artt. 357 e 414 cod. civ., in tema di poteri del tutore, già allo stato avrebbero precluso l'accoglimento della domanda" ed ancora che "l'art. 5 cod. civ. e gli artt. 575, 576, 577, 579, 580 cod. pen., in tema di omicidio, avrebbero imposto al'Autorità giudiziaria di concludere che nel nostro ordinamento vige un principio ispiratore di fondo che è quello della indisponibilità del bene della vita".
Sono chiaramente critiche di merito. Lasciando stare il fatto che "tecnicamente" questo ricorso non si poteva fare, a mio avviso è infondato anche nel merito, poichè si confonde tra i poteri decisori del tutore (art. 357 c.c.) e la semplice prova della volontà della persona non più cosciente (Cass. 21748/2007) da un lato e di conseguenza l'omicidio del consenziente (art. 579 c.pen.) con il rifiuto di trattamenti sanitari (art. 32 Cost.) dall'altro.

Un'altra brutta figura, da parte dei politici (salvandosi in questo caso soltanto il partito di Di Pietro), è stata fatta.
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