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Post by ilSignorCarlo on Sun 17 Aug 2008, 13:11

Ecco il libro che cercherò di recuperare da qualche parte:

Gruppo Laser, Il Sapere liberato. Il movimento dell’open source e la ricerca scientifica.

Cosa hanno in comune la maggior parte dei farmaci, la maggior parte dei software che usiamo sui computer, la stragrande maggioranza dei libri che sfogliamo ogni giorno e alcuni metodi di diagnosi medica? Queste categorie di “oggetti” possono essere considerate beni privati dunque possono essere protette, da brevetto o diritto d’autore, così che per poter essere riprodotte in parte o completamente, per accedere ai dettagli della struttura e dunque metterle alla prova e migliorarle, è necessario passare attraverso gli accordi commerciali nazionali e internazionali che proteggono queste proprietà. La giurisdizione della proprietà intellettuale cade, non a caso, sotto gli accordi commerciali; infatti si tratta di commercio di sapere, di idee che spesso vanno a costituire la base teorica dei prodotti tecnologici. Questa visione degli oggetti è sempre stata usata nei confronti di beni privati, appartenenti esclusivamente a una o più persone. È possibile considerare la conoscenza scientifica come bene privato senza creare gravi disagi alla comunità a cui viene sottratto quel sapere? In parte il libro descrive il tentativo delle corporation di impossessarsi di ciò che è sempre stato considerato un bene pubblico e che ha caratterizzato le società democratiche, ovvero la condivisione del sapere. Ma Il Sapere Liberato non si limita a questo, perché negli ultimi due capitoli sono molte le riflessioni che illustrano i problemi e i possibili accorgimenti economico sociali degli Stati in cui si fa un uso sfrenato di brevetti e diritti d’autore. Infatti i costi per la gestione dei brevetti superano di gran lunga i possibili vantaggi economici, mentre per i diritti d’autore è evidente che la Rete informatica rende il copyright un problema cui seguono soluzioni sempre più sproporzionate – si pensi al decreto Urbani del 2004 che prevede condanne penali per la distribuzione di materiale digitale anche senza scopo di lucro. Proprio dall’ambito informatico giungono validi suggerimenti sempre più adottati da altre comunità del sapere scientifico.

Nella prima parte del libro vengono analizzati i paradossi e i gravi problemi che porta con sé la pratica di considerare il sapere come se fosse un bene privato e un prodotto limitato. I diffusi casi di privatizzazione della conoscenza e delle relative applicazioni degli ultimi decenni, creano paradossi ancor più evidenti se analizzati alla luce del progresso scientifico nei secoli della rivoluzione scientifica, così come sostenuto nel quarto capitolo. Tutti i case studies degli ultimi anni sono illustrati attraverso una ricca bibliografia, in gran parte consultabile in Rete.

La proprietà privata della produzione di farmaci ha mostrato molti contrasti, come quelli che hanno portato il Consumer Project on Technology (Cptech) diretto da Jamie Love in opposizione alle multinazionali dei farmaci – Bigpharma. Se i detentori di brevetti sono riusciti a imporre le loro condizioni a gran parte dei paesi del globo attraverso trattati internazionali, “il Cptech promuove un nuovo sistema di regole, che sostituiscano i Trips (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) e facilitino l’accesso ai medicinali per i malati dei paesi più poveri” (p. 101). Dunque, in ambito farmaceutico uno degli aspetti contraddittori è quello che impone, a chi produce farmaci, di pagare royalties al proprietario di quel metodo di produzione. Ma i brevetti sono stati estesi anche ad alcuni geni umani; la Myriad Genetics detiene oltre che i brevetti su due geni responsabili di alcuni tumori al seno anche quelli che coprono una parte del metodo diagnostico del tumore al seno; per le donne che vivono in America un test completo per le mutazioni dei due geni in questione può raggiungere la cifra di duemilaquattrocento dollari. In Inghilterra la Myriad Genetics è arrivata a giudicare “illegali” i test a basso costo.

Altrettanto controverse sono state le esperienze dei brevetti applicati alle colture geneticamente modificate; ciò che si è perso è stata la corretta valutazione progettuale degli effetti delle colture sui consumatori. Dopo esser stata duramente criticata, la Monsanto ha reso pubblico il genoma di una pianta coperta da circa settanta brevetti (il golden rice), si è dunque scoperto che i dichiarati effetti benefici – il ricco apporto di vitamina A – a parità di altre soluzioni venivano a cessare. In questo caso la libera circolazione della conoscenza ha permesso la fine dello sfruttamento di una coltura a discapito delle persone che se ne cibavano.

Alla base dello sfruttamento di applicazioni tecnologiche rese possibili dalla conoscenza scientifica c’è comunque l’impedimento della libera diffusione dei risultati delle ricerche e l’impossibilità di fruire liberamente delle relative pubblicazioni; è proprio qui che si situa il terreno in cui sempre più spesso si attua quel conflitto tra gli editori privati, e ogni singola persona che non riesce ad accedere a quel sapere cui gli editori hanno imposto condizioni e costi proibitivi. In questo ambito risulta particolarmente contraddittorio rilevare che i finanziamenti che alimentano le ricerche scientifiche solitamente provengono dagli stessi cittadini cui la ricerca viene fatta pagare due volte: una volta attraverso le tasse e un’altra volta attraverso la vendita delle pubblicazioni.

Questo è dunque l’oscuro paesaggio che il libro illustra; ma osservando ciò che è accaduto nei secoli passati si nota che la libertà del sapere è sempre stata condizione necessaria per il progresso scientifico. Nei secoli della rivoluzione scientifica il controllo sul sapere veniva esercitato piuttosto dai censori che curavano solitamente gli interessi dei grandi potentati. Tuttavia, proprio come si ricorda nell’ultima parte del libro, le grandi scoperte scientifiche sono state possibili perché scienziati come Isaac Newton erano seduti sulle spalle dei giganti, così da poter vedere molto lontano. Lo sviluppo della genetica moderna è stato possibile perché la scoperta di Watson e Crick circa la struttura del Dna è stata fatta circolare liberamente; la Sars, l’epidemia asiatica del 2004 fu fermata grazie alla libera circolazione del sapere (proprio mentre una società cinese richiedeva il brevetto sul coronavirus che provoca la malattia, fortunatamente non concesso). Se le spalle dei giganti vengono a mancare, ovvero la conoscenza prodotta fin quel momento viene occultata o resa difficilmente consultabile, lo sviluppo della stessa innovazione, tecnica, scientifica, sociale, rallenta drasticamente.

In alcuni particolari contesti si è sviluppata una forte resistenza ai tentativi di rendere privato il sapere. L’open source nasce come esigenza di poter modificare a proprio piacere il funzionamento del computer su cui si lavora; a tal fine il codice del software – la parte del programma che viene scritta solitamente dai programmatori informatici – viene distribuita assieme al programma stesso affinché possa esser manipolata, migliorata, trasformata, copiata in parte o interamente. In questo caso vengono utilizzati brevetti aperti – open patent e generale public license, GPL – che caratterizzano il free software rendendolo di fatto un bene comune, negli stessi casi si è ironicamente parlato di copyleft. Questo contesto rappresenta non una semplice metafora ma una vera e propria analogia per gli altri ambiti scientifici. Esistono già molti casi in cui il sapere scientifico e tecnologico viene condiviso, “Plos” per la medicina e la biologia; alcuni progetti come “Cambia” prevedono la diffusione, attraverso la rete telematica, dei dettagli genomici dei prodotti biotech affinché un giorno tutti possano accedere a tali informazioni. Comunque anche se il diritto d’autore si è ben prestato ai fini del copyleft, non altrettanto semplice è l’utilizzo dei brevetti da parte della comunità open source.

Ciò che emerge dal libro è la valutazione dei costi di una conoscenza privatizzata, non solo in termini economico-commerciali, ma di un valore che non può esser tradotto in denaro e che caratterizza il continuo flusso delle idee. La scienza infatti non è solo uno strumento economico necessario per lo sviluppo industriale e se negli ultimi anni è divenuta sempre più labile la distinzione tra ricerca di base e ricerca applicata è perché chi ha gestito e sfruttato economicamente in tempi lontani i beni materiali agisce come se avesse a che fare con gli stessi tipi di beni; sottraendoli alla comunità, li amministra come fossero beni materiali e dunque limitati, influenzando sempre più la ricerca di base. Ma l’uso esponenziale di un’equazione matematica o del metodo impiegato in particolari diagnosi mediche o produzioni medicinali non consuma quello stesso sapere così come può accadere per le risorse non infinite. Anche quando si trattasse di beni finiti va riconosciuto che appartengono sicuramente a qualcuno, ma che questo qualcuno è la comunità intera, così come viene recentemente sottoscritto da alcune istituzioni europee nella Dichiarazione di Berlino e nella Dichiarazione di Messina.

Il libro presenta la più esaustiva panoramica per quanto riguarda la possibilità di consultare la letteratura scientifica attraverso la rete telematica. Coerentemente con le tesi sostenute, Il Sapere Liberato è in parte consultabile in Rete, ed è sotto licenza Creative Commons.

Anche l'indice dei contenuti sembra interessante:

1. Il mercato dei sogni. Brevetti ieri e oggi. Storia, economia e geopolitica
2. I brevetti fanno male. I miti della proprietà intellettuale
3. Un copyleft in campo brevettale
Scienza senza proprietà
Case studies
Il prossimo Linux: Biolinux
4. Economia dei beni immateriali. L’economia dei beni immateriali: può esistere un patrimonio comune nella scienza?

Bibliografia
Appendici
Dichiarazione di Berlino
Gli atenei italiani per l’Open access. Verso l’accesso aperto alla letteratura di ricerca
Luoghi comuni sull’Open access
Science Commons

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Post by Ninus on Mon 18 Aug 2008, 12:24

Il libro tratta un argomento interessantissimo e soprattutto, da quel che si legge nella recensione, porta esempi storici al riguardo.

A mio avviso si potrebbe trovare una soluzione di compromesso.

Oggi come oggi la durata dei brevetti è troppo rigida (una data di scadenza) e non distingue tra sapere per conoscere (ricerca) e sapere per produrre (produzione).

Secondo me una soluzione ottima potrebbe essere quella di divulgare il contenuto del bene oggetto di brevetto o di diritti d'autore immediatamente al momento del deposito.

Dopodichè questo è libero per lo studio (università, centri di ricerca ecc...).

Per quanto riguarda invece la produzione, bisognerebbe differenziare la durata del brevetto in funzione di particolari indicatori, come ad esempio la "quantità di modifica" (ad es. il 20% del processo è stato cambiato ecc...) e la "qualità della modifica" (ad es. la modifica ha apportato miglioramenti nelle prestazioni del 50% modificando in quantità solo il 5% del processo).

Ad alte percentuali di modifiche (qualitative e/o quantittive, anche se sarebbe preferibile dare un peso maggiore a quelle qualitative) bisognerebbe associare drastiche riduzioni della durata del brevetto/diritto d'autore.

Così facendo, una modifica che apporta miglioramenti qualitativi del 100% (ossia raddoppia le prestazioni) potrebbe essere messa in commercio entro 1-2 anni, accelerando così il tutto.

Sostanzialmente il premio che l'innovatore/ideatore ha (la durata del brevetto) dipende dalla effettiva novità del suo prodotto, che può essere vista solo ex-post, dal fatto che altri riescano a migliorarla in brevissimo tempo o meno.

In caso contrario, ad esempio abolendo del tutto i brevetti, l'effetto sarebbe deleterio. Questo per un fatto che è spiegato in tutti i libri di analisi economica del diritto.

Praticamente se vengono aboliti i brevetti o questi siano del tutto inefficaci nel proteggere l'idea da riproduzioni a scopo produttivo altrui, verrebbe preferito il segreto industriale. In poche parole, l'inventore preferisce tenere in segreto l'innovazione, così anche per 50 anni e più, l'invenzione sarà segreta a discapito di tutta la comunità (un esempio stupido può essere il mix di aromi della Coca Cola, il cosiddetto 7x, la cui composizione non è stata brevettata e da 50 anni l'azienda è l'unica a conoscerla).

Ora ho il dubbio che perfino la mia proposta possa disincentivare gli inventori a non brevettare, poichè sarebbe poco consona ai loro interessi.

Insomma all'abolizione del copyright non segue il paradiso terrestre, ma il segreto industriale, che è cosa ben peggiore.
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